02 December 2007
E' stato accolto con grande successo il nuovo documentario del regista siciliano Luca Vullo. Più di 500 persone hanno assistito con il fiato sospeso e carichi di emozione a questo avvincente film che narra del dramma dell'emigrazione siciliana in Belgio.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il Governo italiano aveva il grave onere di ridare valore all’immagine di una nazione sconfitta nel complesso quadro politico europeo. Una situazione economica nazionale disastrosa, ove povertà e fame non erano fenomeni ma quotidianità.
L’iniziativa del Patto italo-belga assunta dal primo Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi fu allora valutata vantaggiosa e prestigiosa perché da un lato consentiva a molti italiani di poter lavorare (all’estero) e avere il pane per sfamare la propria famiglia e dall’altro riuscire a incamerare una fonte energetica per cercare di innestare un processo industriale che riuscisse a sollevare l’economia nazionale.
Il documentario di Luca Vullo “Dallo zolfo al carbone”, con spirito storico, sociale e sentimentale, porta alla luce, grazie alla voce dei protagonisti di quella dolorosa migrazione, la triste verità che nasconde – anche oggi – un periodo non felice della storia dell’Italia repubblicana e del dramma di numerose famiglie che in Sicilia dovettero abbandonare la loro amata terra per riuscire a vivere.
Le miniere che hanno caratterizzato fortemente l’economia e la società del nostro entroterra siciliano nella prima metà del Novecento ritornano oggetto di riflessione e di cronaca, non più comunemente come siamo abituati a leggere e sentire, ma come tema forte e di denuncia nei confronti di una emigrazione imposta da condizioni e situazioni superiori al dramma sociale. Nei fotogrammi sfilano, con la naturalità di un incontro lungo la strada, i volti degli sconosciuti protagonisti di questo fenomeno. Raccontano con semplicità e dolore quei momenti in cui decisero di abbandonare la loro terra consapevoli che stavano lasciando la povertà e con essa anche le famiglie, gli amici, i valori propri di questa Isola, ma ignari – quasi ingenuamente – di quello che li attendeva. Sono visi segnati dall’età, dalle fatiche e dai sacrifici.
Sono occhi sinceri che si aprono allo spettatore per condurlo nel profondo della loro anima, per trasferire a noi giovani Siciliani i timori, le ansie, le preoccupazioni e insieme l’orgoglio di essere ancora lì, vivi, per raccontare la loro avventura. Il susseguirsi degli avvenimenti raccontati dagli emigranti, insieme alle immagini dei cunicoli scuri delle miniere, del frastuono delle trivelle, immergono lo spettatore in angosciose riflessioni su quanto hanno dovuto subire queste povere anime. Spesso si resta affranti e costernati dalle vicende e dalle situazioni narrate. Ma infine cresce la convinzione che questi sconosciuti abbiano scritto eroicamente alcune pagine della nostra storia e che da queste condizioni penose e difficoltose possa ogni uomo riuscire a trovare la dignità e la forza per continuare e riuscire nella propria vita.
Nasce allora una spontanea meditazione su quel tipico orgoglio isolano quale naturale constatazione del fatto che anche in luoghi e condizioni disumane lo spirito siciliano riesce ad adattarsi, a costruire un habitat conservativo dei saperi e costumi più sani e sinceri, ad affermarsi con le qualità e capacità che da sempre distinguono questo popolo contrapponendolo all’idea comune e non onorevole di essere solo espressione mafiosa.


